| Non bastano i "migliori"”… Gramsci, noi e cosa vuol dire fare politica |
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| Scritto da C.A.U. | ||
| Lunedì 19 Settembre 2011 12:03 | ||
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Dopo tre anni di esperienze pratiche, lotte, discussioni, passi indietro e in avanti, ridefinizioni, abbiamo trovato giusto condividere quello che è un pò il nostro vademecum. Come al solito attendiamo aspre critiche e polemiche, purchè le esperienze entrino in contatto e il dibattito si arricchisca, ma soprattutto speriamo sia chiaro il senso dello sforzo fatto. I veri eroi sono le masse, mentre noi siamo spesso infantili e ridicoli; se non comprendiamo questo, è impossibile acquisire una conoscenza sia pure rudimentale. Summertime and the livin’ ain’t easy… Sarà che l’estate è da sempre tempo di bilanci, sarà che la quotidianità si interrompe e si può provare a guardarsi da fuori, scoprendosi limiti e possibilità, per imparare da quello che è stato fatto e fare meglio l’anno prossimo…
No country for old men 1) l’apoliticismo e la passività tradizionali nelle grandi masse popolari, che hanno come reazione naturale una relativa facilità al “reclutamento di volontari” […] 2) la costituzione sociale italiana, uno dei cui elementi è la malsana quantità di borghesi rurali o di tipo rurale, medi e piccoli, da cui si formano molti intellettuali irrequieti e quindi facili “volontari” per ogni iniziativa anche la più bizzarra, che sia vagamente sovversiva (a destra o a sinistra) […] 3) la massa di salariati rurali e di Lumpenproletariat, che pittorescamente in Italia è chiamata la classe dei “morti di fame”2. Questi tre elementi insistono tutti sulla peculiarità del nostro sviluppo storico, che non è riuscito a strutturare una solida società civile ed uno Stato in grado di “assorbire” e “coordinare” sotto una stabile guida le classi subalterne, ma ha determinato la presenza di ampi settori di popolazione poco interessati alla politica come gestione della cosa pubblica; settori di popolazione frammentati, come quelli contadini o proletari, passivi rispetto alla vita comune. A fianco di questa passività, si è sviluppata però nella piccola e media borghesia un iperattivismo che si propone di riscattarla, di rappresentare in modo diretto il popolo o le masse. Nell’analisi dei partiti politici italiani si può vedere che essi sono sempre stati di «volontari», in un certo senso di spostati, e mai o quasi mai di blocchi sociali omogenei [… ] Tutti i partiti italiani di «massa» […] non furono tali in realtà (cioè non ordinarono gruppi omogenei sociali) ma furono attendamenti zingareschi e nomadi della politica3. Questa tendenza che Gramsci leggeva nella storia risorgimentale e post-unitaria, si ripresenta oggi in forme altrettanto acute. In Italia hanno fatto quasi sempre politica gli «spostati», ovvero quei membri della piccola e media borghesia che hanno scelto la via dell’impegno senza essere espressione organica di una classe, ma essendo alla lettera “decentrati”, distanti dal gruppo sociale che intendono rappresentare, e dunque inefficaci rispetto all’obbiettivo che dicono di prefiggersi. Il volontario è infatti «staccato dalla massa per spinta individuale arbitraria e in contrasto spesso con la massa o indifferente per essa», e il volontarismo può essere «un surrogato dell’intervento popolare», una «soluzione di compromesso», ma non può bastare, perché la storia non si fa con i migliori (ammesso peraltro che siano tali)… Sarà amaro, ma non è difficile per la maggior parte di noi riconoscersi in questa definizione, non vedere che – oltre tutte le buone intenzioni – la nostra aggregazione è quasi sempre ideologica e si basa più su un immaginario ed una rabbia viscerale che su soluzioni concrete e risposte effettive, non vedere come il nostro impegno sia spesso volontario, e che resti appunto estraneo alle dinamiche sociali effettive e lontano dal patrimonio di esperienze quotidiane della classe. Attenzione: non perché noi non viviamo sulla nostra pelle condizioni di lavoro e di vita proletarie, ma perché, anche vivendole, di quella classe non riusciamo ad essere rappresentanti, interpreti, trascinatori. Arditismo e antifascismo Ora, proviamo a verificare questo ragionamento applicandolo ad una questione che spesso ci siamo trovati ad affrontare nella pratica, quella della lotta antifascista. Metteremo da parte considerazioni che abbiamo fatto altrove (sulle forme che ha preso oggi il fascismo, su dove e come si esprima)4, e faremo parlare Gramsci. Secondo lui la maggiore espressione del volontarismo nella vita politica italiana è stato proprio l’arditismo. Con il termine si indica innanzitutto una tattica militare: la costituzione, avvenuta praticamente ovunque durante la Prima Guerra Mondiale, di divisioni speciali che andavano all’assalto delle prime linee nemiche, rischiando la vita. L’arditismo è però una modalità di combattimento che in Italia assume un’immediata valenza politica. Questo perché, lungi dal rappresentare «un segno della combattività generale della massa militare», per Gramsci è da interpretare «come un segno della sua passività e della sua relativa demoralizzazione»5. Così come l’esercito italiano, meno organizzato e preparato di quello francese o tedesco, non era stato in grado di reggere lo scontro ed aveva avuto bisogno di demandare agli arditi la “soluzione” del problema militare, così lo Stato italiano del dopoguerra, incapace di gestire il conflitto sociale, affida agli arditi di tendenze nazionaliste, organizzati come gruppo paramilitare, il compito di schiacciare le manifestazioni operaie e contadine. Di fronte alle squadracce fasciste si sviluppò anche l’arditismo popolare, che Gramsci, diversamente da Bordiga, sostenne, in quanto vi vedeva un primo embrione di milizia proletaria, utile soprattutto per difendere lo spazio fisico della sinistra di classe. Quello che qui ci interessa non è valutare storicamente il fenomeno, né entrare nel merito dell’arditismo e dei suoi, a volte davvero eroici, esponenti, ma solo riportare ciò che Gramsci scrisse dieci anni dopo, ormai in carcere. Una breve riflessione che collega criticamente l’arditismo al volontarismo, e che in questo senso ci può dare spunti per le lotte di oggi, non solo di quelle antifasciste. Nella lotta politica non bisogna scimmiottare i metodi di lotta delle classi dominanti, senza cadere in facili imboscate. Nelle lotte attuali questo fenomeno si verifica spesso: una organizzazione statale indebolita è come un esercito infiacchito: entrano in campo gli arditi, cioè le organizzazioni armate private, che hanno due compiti: usare l'illegalità, mentre lo Stato sembra rimanere nella legalità, come mezzo di riorganizzare lo Stato stesso. Credere che alla attività privata illegale si possa contrapporre un'altra attività simile, cioè combattere l'arditismo con l'arditismo è una cosa sciocca; vuol dire credere che lo Stato rimanga eternamente inerte, ciò che non avviene mai, a parte le altre condizioni diverse. Il carattere di classe porta a una differenza fondamentale: una classe che deve lavorare ogni giorno a orario fisso non può avere organizzazioni d'assalto permanenti e specializzate, come una classe che ha ampie disponibilità finanziarie e non è legata, in tutti i suoi membri, a un lavoro fisso. In qualsiasi ora del giorno e della notte, queste organizzazioni, divenute professionali, possono vibrare colpi decisivi e cogliere alla sprovvista. La tattica degli arditi non può avere dunque per certe classi la stessa importanza che per altre; a certe classi è necessaria, perché propria, la guerra di movimento e di manovra, che nel caso della lotta politica, può combinare un utile e forse indispensabile uso della tattica da arditi. Ma fissarsi nel modello militare è da sciocchi: la politica deve, anche qui, essere superiore alla parte militare e solo la politica crea la possibilità della manovra e del movimento [corsivo nostro]6. Questa riflessione si connette perfettamente a quello che Gramsci ha criticato nel volontarismo risorgimentale. Qui come lì gli attori politici agiscono come una banda, come un gruppo di sodali che non si curano del loro collegamento con l’esterno; qui come lì, la mobilitazione che si prova a suscitare è destinata ad un fallimento, perché: - la politica non è mai riducibile alla sola parte militare; questa ne è un aspetto, che comunque dipende dalla fisionomia del proprio progetto e dagli scopi che ci si propone. La strategia dei proletari non può essere quella di inseguire i borghesi sul loro terreno, ma quella di costruire spazi di manovra, ovvero un consenso largo ed un’agibilità politica che il fascismo prova a negargli. Non esistono perciò forme di lotta “astrattamente” valide, ma ogni classe ha i metodi di lotta a essa adeguati. - lo Stato non è mai neutrale: e dunque una guerra fra arditi “di destra” e “di sinistra” non è mai solo una questione privata, ma una guerra sproporzionata, fra un gruppo funzionale allo Stato e persino addentellato dei suoi apparati ed un gruppo di compagni costituito come banda. Senza la politica che crea la possibilità del movimento, si finisce infatti nell’imbuto della repressione. - la presenza dei gruppi fascisti, con la spinta conseguente ad inseguirli sul piano dello scontro fisico, rappresenta di per sé un’imboscata, un attacco repressivo: i fascisti sono lo strumento che lo Stato (nella sua essenza, come «comitato d’affari della borghesia») utilizza per scompaginare e distogliere i gruppi politici che gli sono contrapposti. Attenzione: non è detto che i gruppi fascisti eseguano ordini espliciti (per quanto siano stati provati storicamente infiniti legami fra il “fascismo di strada” e quello “di governo”), ma la sovradeterminazione si può esplicare in varie forme. - i fascisti arrivano insomma dove lo Stato non può formalmente arrivare, e servono soprattutto a far perdere tempo, e a far commettere errori, nel mentre che lo Stato si possa riorganizzare, possa individuare e colpire, possa distogliere l’attenzione dai problemi reali ed impedire l’emergere del conflitto di classe. Insomma, nell’analisi di Gramsci la strumentalità di questi gruppi al mantenimento dell’ordine sociale è evidente, e se si pensa al fascismo del Ventennio o a quello degli anni Settanta (ed anche oggi, più ancora che nelle formazioni dichiaratamente fasciste, al leghismo), è difficile non dargli ragione. D’altronde per Gramsci «il fascismo, come movimento di reazione armata che si propone lo scopo di disgregare e di disorganizzare la classe lavoratrice per immobilizzarla, rientra nel quadro della politica tradizionale delle classi dirigenti italiane»7. Per questo vale la pena notare come negli anni Settanta davanti alle bombe fasciste i compagni si affannarono non tanto nell’inseguire lo scontro fisico, ma nel mostrare il collegamento diretto fra neofascisti e servizi segreti o pezzi dello Stato niente affatto deviati, e piuttosto che riprendere il mito dell’arditismo popolare o di proporsi come élite della lotta contro un nemico mostruoso, si proponevano di accelerare le connessioni con la classe dandole elementi di politicizzazione reale e trasformando l’attacco fascista in forza collettiva. Quale volontarismo, quale politica Tutto questo discorso non mira però a dire che il volontarismo sia inutile, da sminuire o da disprezzare. Al contrario: bisogna riuscire a farne buon uso, bisogna in qualche modo “superarlo” conservandone la tensione, generalizzandola, facendola diventare di massa. Infatti, se il volontarismo è spesso una risorsa e una risposta all’incapacità di essere punto di riferimento – se tende a rivendicare a sé la dimensione pratica, dei “fatti”, mentre in realtà non capisce che la prassi non è una semplice azione, ma un’azione che produce effetti, che misura il piano della sconfitta e della vittoria non sulla taglia del proprio gruppetto, ma nella prospettiva generale – può anche esistere una forma “sana” di volontarismo. Gramsci l’aveva conosciuta, era quella del suo Ordine Nuovo: un gruppo di giovani, per lo più studenti, capaci però di inserirsi nel punto più alto della contraddizione capitale/lavoro e di produrre in breve tempo effetti politici insperati. Questa è la differenza che passa fra l’essere semplici volontari ed essere avanguardia: Altro è il volontarismo o garibaldinismo che teorizza se stesso come forma organica di attività storico-politica e si esalta con frasi che non sono altro che una trasposizione del linguaggio del superuomo individuo a un insieme di “superuomini” (esaltazione delle minoranze attive come tali, ecc.), altro è il volontarismo o garibaldinismo concepito come momento iniziale di un periodo organico da preparare e sviluppare, in cui la partecipazione della collettività organica, come blocco sociale, avvenga in modo completo. In realtà, si lotta contro queste degenerazioni di falsi eroismi e di pseudo-aristocrazie, stimolando la formazione di blocchi sociali omogenei e compatti, che esprimono un gruppo di intellettuali, di arditi, un’avanguardia loro propria8. [corsivo nostro] Non si tratta insomma, di fronte allo scoramento che deriva dalla passività generale, di intendersi come un manipolo di eroi e puntare tutto su un piano dello scontro (che poi nella pratica vuol dire scontrarsi con chi si ha a portata di mano, che quasi mai coincide con chi davvero bisogna affrontare). Oppure – siccome negli anni si è rinunciato allo scontro fisico, troppo “pericoloso” e comunque compromettente per chi si voleva ricavare una qualche poltrona – spostare lo scontro su un piano estetico o simbolico, che galvanizzi i propri “fedeli”, anche se questo piano non tocca minimamente i fatti reali, anzi deprime chi da fuori guarda a questa protesta come un gioco delle parti o una semplice rappresentazione del conflitto senza ricadute concrete9… Il punto ovviamente non è di rinunciare al piano dello scontro o al piano dell’elaborazione simbolica e della diffusione mediatica, scartarli o accettarli tout court, ma andare a vedere ogni volta se l’uso di questi strumenti interpreta un sentimento di massa, permette di creare un pubblico che ascolti le rivendicazioni comuni, dica qualcosa a qualcuno, suscitando sì emozioni ma inculcando anche elementi politici, in particolare mostrando chi sono gli amici e chi i nemici e da quale parte della barricata bisogna stare per difendere i propri interessi materiali. Lo scontro, di piazza o mediatico, è sempre da assumere quando è comprensibile ai più, quando è cassa di risonanza per i propri contenuti, ed è da scartare quando mette in scena solo la nostra impotenza o la nostra pochezza. In questo senso secondo Gramsci si tratta di intendersi, viversi e quindi agire come se si fosse un momento iniziale (quindi non residuale, e nemmeno imprigionato nell’estasi dell’istante dell’azione, ma un momento in una fila di anni, decenni, un lavoro lungo, dettagliato e laborioso) di una fase in cui la partecipazione del proprio blocco sociale avverrà in modo completo. Per questo non esistono scorciatoie: per fare storia duratura non bastano gli eletti o autoeletti: la soluzione, che poi non è niente di più dell’indicazione di un problema, è che bisogna cercare un collegamento organico con le masse, che bisogna cercare di farle partecipare, sin da subito, in prima persona. Come lo si può fare? «Stimolando la formazione di blocchi sociali omogenei e compatti»… Ma che vuol dire? Che la classe, il proletariato, il nostro soggetto di riferimento, non è lì come una miniera da cui si possa sempre estrarre oro: è una realtà sociale in perenne mutamento, sfiancata dal potere economico e politico, che la modifica, la disgrega, ne attacca la coscienza ed il senso di appartenenza. La classe esiste, eppure va fatta, resa omogenea contro le classi dominanti che provano sempre a sussumerla, a farle credere che esista in qualche modo una comunanza di interessi fra noi e loro. Ma questo non lo si fa solo con i volantini, con le prediche dall’esterno, ma con una presenza all’interno delle lotte, chiarendo ogni esperienza quotidiana e facendola distillare nell’ostilità a chi ci comanda, creando ambiti in cui a discutere siano gli stessi lavoratori e proletari. Un lavoro difficilissimo, quello di diffondere coscienza di classe, quello di ritracciare una linea politica fra amici e nemici (oscurata dopo tanti anni di opportunismi e di fantasiose teorie), che siamo ben lontani dall’aver cominciato.
Se ora, riprendendo le domande iniziali alla luce dei suggerimenti di Gramsci, ci chiediamo cosa vuol dire fare politica, come essere militanti in Italia nel 2011, sappiamo forse meglio come rispondere: che la nostra politica è lo sforzo di cambiare i rapporti di forza a favore della classi subalterne, che per farlo deve conoscere a fondo chi è il proprio soggetto di riferimento e lo deve contrapporre senza tregua alle classi dominanti, dimostrandone l’incompatibilità, che questa politica può riuscire solo se costruisce un consenso largo intorno alle proprie opzioni e rifugge dalle vocazioni minoritarie, e che questo consenso lo deve costruire non stemperando i propri contenuti, ma attraverso la propria autonomia e le proprie vittorie, incutendo finalmente paura alla controparte. Però, prima di tutto questo, Gramsci ci ha ricordato anche un’altra cosa, che il G8 di Genova ancora testimonia, e che questa celebre frase di Walter Benjamin sintetizza benissimo: «la tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato d'eccezione” in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo. Allora ci starà davanti, come nostro compito, di suscitare il vero stato d'eccezione, migliorando così la nostra lotta contro il fascismo»10. Che vuol dire? Che, anche se non la vediamo, perché l’ideologia dominante la scherma, le nostre società sono travagliate da una violenza invisibile quanto unidirezionale, delle classi dominanti contro i subalterni; gli oppressi, in qualsiasi quartiere o banlieue, in qualsiasi fabbrica o call center, sanno che per loro non c’è stato di diritto o normalità, ma solo emergenza, straordinario, strappo alla regola, coercizione. «Dobbiamo giungere ad un concetto di storia che corrisponda a questo», dice Benjamin: dobbiamo cioè assumere nella nostra vita questo conflitto, ma non per dire: “non c’è tempo da perdere”, e buttarci così in ogni cosa che succede, in un attivismo esasperato, disperdendoci senza arrivare a niente. Ma proprio per recuperare tutta l’importanza della dimensione storica e, come nelle guerre, pianificare le offensive, capire dove colpire, incrementare i propri armamenti e le proprie riserve di uomini. Solo a questo punto – prima sono chiacchiere da bar – troveremo il compito di «suscitare il vero stato di eccezione», cioè di poterci di nuovo pulire la bocca con la parola “rivoluzione”… Nel frattempo, capire che intorno abbiamo uno stato d’eccezione – e quest’estate, ancora una volta, l’ha dimostrato – non ci condanna necessariamente ad essere assediati, al contrario, ci potrebbe migliorare: farci essere più leali, più aperti al confronto, più attenti alle cose importanti e meno gelosi e formali. È facendosi carico di tutta questa serietà – ma chi l’ha mai detto che sarebbe stato facile? – che non saremo più volontari, ma una vera e propria forza politica, capace di scrivere un altro futuro. NOTE 1 Volontari e intervento popolare, Q XIX (nell’edizione Editori Riuniti di Platone-Togliatti che citeremo il brano si trova nel volume Il Risorgimento a p. 205). (torna sù) 2 Volontarismo e masse sociali, Q XIII, Il Risorgimento, p. 246. (torna sù) 3 Ibidem. (torna sù) 4 A questo proposito rimandiamo a Vuoti di memoria - fascismo e (non) nuovi fascismi, pubblicato su “la Contraddizione”, n°130; Perché un Dossier su Casa Pound Napoli? Intervista al Cau della rivista “Senza Censura”; Dossier Casa Pound Napoli: chi sono, che fanno, che legami hanno, a cosa servono i “fascisti del terzo millennio”; Borghezio: lezioni di fascismo. Tutti i testi sono disponibili sul sito caunapoli.org sezione ANTIFASCISMO. (torna sù) 5 Arte militare e arte politica, Q I, Note sul Machiavelli, sulla politica, sullo stato moderno, p. 78. «Ancora degli arditi. I rapporti che esistettero nel '17-18 tra le formazioni di arditi e l'esercito nel suo complesso possono portare ed hanno portato già i dirigenti politici ad erronee impostazioni di piani di lotta. Si dimentica: 1°) che gli arditi sono semplici formazioni tattiche [...] 2°) che non bisogna considerare l'arditismo come un segno della combattività generale della massa militare, ma viceversa, come un segno della sua passività e della sua relativa demoralizzazione». (torna sù) 6 Ibidem. (torna sù) 7 Il fascismo e la sua politica. Dalle Tesi approvate dal congresso del Partito Comunista d’Italia a Lione (gennaio 1926) (cfr. Sul Fascismo, a cura di Enzo Santarelli, Editori riuniti, Roma 1973). (torna sù) 8 Machiavelli. Volontarismo e garibaldinismo, Q XIV, Il Risorgimento, p. 247. (torna sù) 9 Qui si vede come tutta la “critica” gramsciana possa e debba investire anche l’esperienza del movimento no global, in particolare di quello italiano, che è stato per molti aspetti movimento di “volontari”. Per un bilancio di quell’esperienza vedi anche E. Quadrelli, Cogliere l’occasione! Genova 2001- Genova 2011. Note per una lettura globale della fase imperialista, quaderno a cura dell’Associazione Marxista Politica e Classe. (torna sù) 10 W. Benjamin, Sul concetto di storia, Torino, Einaudi 1997, p. 33 (tesi ottava). (torna sù) |
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| Ultimo aggiornamento Martedì 20 Settembre 2011 10:08 |
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In ogni caso, all’inizio degli anni ’90 – una fase che ha molto a che vedere con quanto sta succedendo in questi mesi –, con il tentativo di drastica transizione verso un capitalismo “puro”, con la rottura del “compromesso”, lo smantellamento del pubblico e la spinta verso processi di mercificazione e individualizzazione, ci si trova di fronte al riemergere di questo sfilacciamento della vita nazionale, di questa incapacità degli apparati dello stato italiano (soprattutto a paragone con gli altri paesi europei) di innervare l’esperienza di larghe masse. Non solo nelle forme del lavoro, ma in diversi ambiti sociali si ritorna ad una situazione ottocentesca, fatta di partiti di notabili, di media controllati, di larghe masse escluse ed indifferenti alla vita collettiva, di singoli intellettuali o di volontari democratico-radicali che aggruppano volta per volta formazioni mobili che muoiono nel volgere di una stagione…